15 Gennaio 2047

Non abbiamo più niente.

Siamo piante senza linfa costrette ad appassire al buio di una stanza mai diversa, ragni incastrati nelle nostre tele.

Ci nascondiamo come topi nelle arterie di questo palazzo. Uscire è pericoloso, ma anche restare qui non è sicuro. Robert ci nasconde, ci porta da mangiare e fa di tutto per aiutarci ad avere una vita dignitosa, eppure l’idea che qualcuno dei suoi famigliari possa tradirci mi ruba il sonno.

Ieri ci ha avvertiti della presenza di alcuni membri della USSAC. Stavano ispezionando il palazzo di fronte, allora mi sono rannicchiato in un angolo del mio stanzino come se gli agenti sostassero appena fuori dall’appartamento di Robert. Mi stringevo a me stesso, tremavo e intanto mi ripetevo che avrei combattuto fino alla morte, pur di non farmi catturare.

Non andrò mai . Non ci andrò perché so che tenore di vita mi spetterebbe, in quel carcere.

Tra tutti noi, Gwenda era l’unica a non essere terrorizzata all’idea di finire nel Chaos Container. «Siamo prigionieri in ogni caso» sosteneva sempre, sprezzante.

Ci ha abbandonati ormai da mesi, ma ho saputo che non ha mai raggiunto i cancelli del penitenziario. Nessuno l’ha più vista.

In passato ho pensato che tra me e lei sarebbe potuto sbocciare qualcosa. Poteva nascere, ma eravamo due anomali e la miglior cosa a cui potevamo aspirare era il nostro angusto soppalco maleodorante. Eravamo costretti perfino a sopportarci e a convivere tra noi senza che lo avessimo scelto. Forse non era neppure amore, quello che ci legava, e nemmeno tra me e gli altri anomali del palazzo c’è del reale affetto, Ciò che ci unisce è solo la voglia di sopravvivere.

Il piccolo Peter non ha nessun ricordo del mondo prima del 2032, e un po’ lo invidio perché la vita tra queste quattro mura è l’unica che conosce. Con i suoi quindici anni, ha dimenticato la luce del sole, perché raramente Robert ci consente di affacciarci alle finestre.

Io stesso ho dei vaghi ricordi dei giorni che hanno preceduto il 2032. Ricordo il primo giorno di scuola, quando un gruppo di bulletti umani si piazzò davanti all’entrata principale, di fronte al grande cancello che bloccava l’ingresso, per intimorirmi. Mi spintonarono, mi sputarono addosso con sprezzo e, con l’intento di difendermi, mi servii delle capacità anomale per sfuggire a quella brutta situazione. A causa del mio gesto, sono stato espulso soltanto il giorno dopo e nessuna scuola pubblica di New York mi ha più voluto.

Una ragazzina umana, Julia, si legò a me nonostante ciò che avevo commesso alla Elementary School. Durante un pomeriggio trascorso insieme a Central Park, mi fece un ritratto. Mi raffigurò intento ad abbuffarmi con i toast al burro di arachidi da lei preparati. Era un disegno davvero brutto, impreciso e pieno di sbavature, ma lo conservo ancora come se fosse uno dei miei beni più preziosi. Quello è l’ultimo ricordo di una vita normale, quella candida e innocente che non ho mai più riavuto.

I miei genitori hanno preso parte alla rivolta del 2032. Io avevo già tredici anni, all’epoca, e mi nascosi nelle fognature insieme a un gruppo di altri ragazzini anomali.

Restammo lì per quasi una settimana, tra il freddo e la fame, a rigirarci sul pavimento umido nella speranza che i nostri genitori giungessero fin lì per proteggerci. Pregavamo affinché qualcosa cambiasse, eppure alla fine del breve conflitto, dopo un numero spropositato di perdite umane, le cose finirono solo per peggiorare e ci avvertirono che non avremmo più potuto circolare liberamente per le strade della nostra città. Non avrei mai più rivisto Julia, né frequentato i suoi buffi amici della High School.

Allora incontrai Gwenda. Si nascondeva nelle fogne anche lei. Se ne stava sempre in disparte a piangere e tremare come una foglia.

Le allungai una gomma da masticare e le regalai il fermaglio dei capelli che mia madre mi aveva messo in tasca affinché avessi qualcosa da rivendere nei giorni difficili. Glielo diedi, probabilmente per incoscienza, nella speranza di ricongiungermi presto ai miei genitori, o forse per strappare un sorriso a quella ragazzina anomala.

Robert ci raccolse come bestie randagie al ciglio della strada. Vederci così giovani e indifesi doveva avergli spezzato il cuore, perché non esitò neanche un momento prima di portarci nella soffitta in cui viviamo tuttora. Quel giorno eravamo felici di essere ancora vivi, e i nostri cuori pensavano di poter resistere fino al momento in cui le cose sarebbero tornate al loro posto. Perché ci credevamo, dovevamo solo resistere qualche mese, e lo Stato avrebbe smesso di sterminarci tutti indistintamente.

Quel giorno non è mai arrivato, il tempo è passato e ci siamo dimezzati. Abbiamo perso molti di noi, lungo la strada, alcuni si sono lasciati andare e altri hanno tentato la fuga, come Gwenda.

Spero che là fuori abbia incrociato qualche umano caritatevole, pronto a offrirle una mano, oppure chissà, una gomma da masticare.

J. L.

Boston, 2049

Lowell è un ragazzo al servizio della Terrorism Prevention Unit, più conosciuta come TPU. Il suo compito è quello di anticipare i reati dei soggetti che gli vengono sottoposti dall’unità anticrimine. Lui, infatti, è un anomalo, fa parte di quei pochi esseri umani che, a causa di una mutazione genetica, nascono o sviluppano capacità incredibili. Lowell, tramite il contatto cutaneo, riesce a vedere il futuro di chi lo tocca e a estrapolare il materiale che servirà poi per condannare o assolvere l’imputato. In una lotta continua per ritrovare la stabilità e il rigore, lui capirà che le carte in tavola possono essere sempre rimescolate. È l’incontro con una ragazza qualunque a fargli comprendere questo, Myrtie. Collegiale dall’animo sensibile, molto timida, la giovane è cresciuta senza una madre e con la sola guida di un padre assente, pezzo grosso della TPU e grande nemico degli anomali.